Incipit

Capitolo 1. Luglio, 1505

Le pareti della cella stillavano un’umidità antica, che precipitava in gocce fredde sul pavimento. Acqua sporca, gravida di ogni sozzura accumulata ai piani superiori, che laggiù si raccoglieva in pozzanghere maleodoranti, incapace di cadere più in basso.

Il prigioniero non sembrava preoccuparsene, seduto con la schiena appoggiata alla parete, le gambe raccolte al petto. Un atteggiamento dettato non tanto dal timore, quanto dal desiderio di non mancare di rispetto con la propria nudità all’ospite immobile davanti a lui, nella penombra. In quella posizione, la luce fumosa della torcia rivelava tutta la devastazione operata dalle mani dei carcerieri sulle sue membra, ma ciò che il pudore suggeriva di celare veniva nascosto.

Una cortesia che in altre circostanze il visitatore si sarebbe sforzato di apprezzare.

«Che cosa vi hanno fatto, povero Michele?» mormorò quest’ultimo, quando fu certo che la guardia si fosse allontanata. Il silenzio gravava tra loro, pesante quanto le infinite tonnellate di pietra sopra le loro teste.

Si udì un suono tintinnante, catene che sfregavano sulla roccia, mentre l’uomo raggomitolato sollevava una mano a liberare il volto dalla massa arruffata e lurida dei capelli.

«Nulla di diverso da ciò che io feci a molti, Niccolò. Il vostro caro Dante avrebbe di che dissertare a lungo.»

[…]

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