Caterina Sforza

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Perfino così, distesa a terra, la gonna sollevata a mostrare la sua nudità, l’armatura che le era stata strappata di dosso così come la blusa, il seno coperto di graffi e contusioni, a Michele parve non vinta, non domata.
«Vostra grazia, contessa Sforza, alzatevi vi prego, lasciate che vi aiuti» la invitò, sciogliendosi il mantello dalla spalla per offrirglielo. Lei afferrò la sua mano, lasciando che l’aiutasse a rimettersi in piedi. Senza un parola accettò il mantello che lui le porgeva, evitando cavallerescamente di contemplare la sua seminudità.
La fiera contessa tremava irrefrenabilmente. Coi capelli sciolti e arruffati, il volto imbrattato di sangue e sporcizia, appariva più giovane dei suoi trentasei anni. Era difficile per Michele immaginare che quella donna fosse già stata moglie e madre più volte, che fosse tanto più vecchia di lui e Cesare.
«Vi fate scrupolo a rimandare l’inevitabile, messer Corella. O il vostro principe vi ha ordinato di riservare a lui il piacere di stuprarmi per primo?»

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