Michele e Ramiro, Capitolo 11. Febbraio 1502

Michele e Ramiro, Capitolo 11. Febbraio 1502

cialo

Le strade erano invase dalle danze, dalle risate, dai canti in un’orgia di vita disperata. Sotto il cielo illuminato a giorno dall’oro delle fiaccole, Ramiro e Michele si erano ritrovati a caracollare lungo l’argine fino al fiume, ebbri, aggrappati l’uno
all’altro per non cadere, invano. Una volta caduti erano stati incapaci di sciogliere quel viluppo di membra disordinatamente sparse sull’erba umida di rugiada. Così riversi l’uno sull’altro, il respiro che beveva il respiro dell’altra bocca, il petto scosso dallo stesso riso, si erano persi per un istante nello stupore che accomuna a volte gli esseri umani, che la pelle non è che aria, la
carne non è che acqua, e due corpi possono essere uno, così come possono esserlo due anime distinte.

Caterina Sforza

Caterina Sforza

bild09sforza

Perfino così, distesa a terra, la gonna sollevata a mostrare la sua nudità, l’armatura che le era stata strappata di dosso così come la blusa, il seno coperto di graffi e contusioni, a Michele parve non vinta, non domata.
«Vostra grazia, contessa Sforza, alzatevi vi prego, lasciate che vi aiuti» la invitò, sciogliendosi il mantello dalla spalla per offrirglielo. Lei afferrò la sua mano, lasciando che l’aiutasse a rimettersi in piedi. Senza un parola accettò il mantello che lui le porgeva, evitando cavallerescamente di contemplare la sua seminudità.
La fiera contessa tremava irrefrenabilmente. Coi capelli sciolti e arruffati, il volto imbrattato di sangue e sporcizia, appariva più giovane dei suoi trentasei anni. Era difficile per Michele immaginare che quella donna fosse già stata moglie e madre più volte, che fosse tanto più vecchia di lui e Cesare.
«Vi fate scrupolo a rimandare l’inevitabile, messer Corella. O il vostro principe vi ha ordinato di riservare a lui il piacere di stuprarmi per primo?»

Ancora Corella-vampiro…

da La rinascita di Hermes:

Costanza non attese che si fosse allontanato, pronta a fronteggiare la nuova presenza. La catena era scomparsa, come era apparsa, e tutto sembrava quiete e silenzio intorno a lei. Poi, all’ombra di un quercia secolare, scorse una figura immobile, la schiena appoggiata al tronco, le braccia conserte.
Senza tradire alcuna emozione, la donna antica rimase al suo posto, eretta, solo le mani contratte, pronte a scattare in caso di una nuova minaccia.
L’uomo si staccò dall’albero, emerse dalle ombre, come se fosse fatto d’ombra lui stesso. E forse era proprio così, perché quando avanzò l’oscurità parve coagularsi nella massa lucida dei capelli inanellati sul collo e le spalle. Indossava una blusa nera, di foggia indefinibile, un giustacuore in cuoio che fasciava la figura snella, pantaloni e stivali neri.
Quando la salutò, lo fece con un inchino, sfilandosi al contempo il berretto floscio che gli copriva il capo.
«La notte sia con Voi, Madonna Costanza».
E le sorrise, un sorriso da lupo, nel volto bruno, negli occhi color dell’acciaio che la scrutavano, senza minaccia, senza timore.
Costanza si limitò a un rigido cenno del capo, senza sorridere.
«Sia con Voi la notte, signore, sebbene io ancora non sappia se debba annientarvi o ringraziarvi per il vostro seppur non richiesto intervento» lo salutò a sua volta, e subito aggiunse, non senza ironia:
«Di certo, conoscere il vostro nome potrebbe affrettare la mia decisione in una direzione piuttosto che nell’altra».
Lui parve trovare divertente quella sua affermazione, perché il sorriso si accentuò, sulle labbra carnose, e si affrettò a rispondere:
«Micheletto è il nome con cui mi chiama il mio signore, Michele Corella quello con cui ero conosciuto prima di divenire ciò che sono. Che io sia per Madonna ciò che Madonna desidera».
«Avete la lingua letale quanto la vostra catena, Michele» osservò Costanza, l’ombra di un sorriso sulle labbra vermiglie.
«E ditemi, cosa volete da me, o cosa vuole da me questo vostro signore? La notte richiede il suo tributo, e io ho un viaggio da affrontare prima dell’alba»
Lui si avvicinò di un passo e, poiché lei non retrocedeva, di un altro ancora. Erano uno di fronte all’altra, ora, e i loro sguardi si specchiavano come il buio sull’acciaio.

Corella, cap.6

«Ecco le mani del santo e del peccatore, del letterato e dell’assassino… Mani che sanno infondere la vita a un’informe palla di creta, che sanno vergare sulla carta gli accenti dell’anima stessa, e che al contempo possono spezzare, recidere, stritolare con la medesima facilità».

[…]

«Credi fosse questo che aveva in mente Dio? Credi che fosse questo il suo piano? Ci ha fatti simili agli angeli, ma con la possibilità di scegliere se appartenere al cielo o all’inferno».

Corella, cap.6

Corella & Corella

…ovvero, come Michele Corella è assurto al ruolo di protagonista di un romanzo?

Ci sono stati precedenti, come è naturale, altre ‘incarnazioni’ più o meno documentate, che nel tempo hanno vissuto la loro vita di carta e pixel, evolvendosi fino a dare forma e vita al nostro eroe (…)

Primo fra tutti, il Michele Corella-vampiro che animava le notti del Castello della principessa Danae, ai tempi d’oro dell’indimenticato portale Cainiti….

Al seguito di un non meno affascinante ed immortale Cesare Borgia, membro di una Corte di personaggi tanto variegata quanto intrigante, ha fatto palpitare (virtualmente) più di un cuore, e di certo ha spinto alcuni di noi ad approfondire l’interesse per la storia dei Borgia e per la figura del sicario Micheletto, il più delle volte trascurata.

Ecco un breve estratto ‘riesumato’ dalle cronache del Castello:

E’seduto (Corella) sul davanzale, la schiena appoggiata agli infissi.
Il torso nudo riverbera d’argento alla luce del crepuscolo, mentre i capelli, un groviglio di oscurità, sembrano presagire le ombre della notte.

Un sorriso storto gli attraversa il volto quando i suoi occhi color ardesia incontrano l’ambra di quelli di Giuliano. Restano allacciati per un istante, quelle due paia d’occhi, e poi scivolano oltre, gli uni a spiare il lento oscillare delle cime svettanti dei pioppi, neri contro il cielo violetto, gli altri ad inseguire le ombre del giardino, rapiti da visioni che il tempo, pur affievolendo, non cancella.
Come falchi scuri quelli di Michele percorrono l’etere, ali distese, taglienti, che fendono le nuvole spaccandole in filamenti fumosi, tendendo all’azzurro che stinge e svanisce nell’ombra. Come a inseguire il proprio sguardo, Corella si alza dal davanzale, il corpo teso, la pelle baluginante sulle osse in rilievo del torace.
Da qualche parte, nel palazzo, qualcuno sta suonando.
Da qualche parte, nelle ombre, un violino sta gemendo.
Sorride Corella, porgendo orecchio alla musica lontana, attutita da camere, corridoi, sale vetuste e da anni disertate. Alza lo sguardo il De Medici, e lo lascia scivolare cupo sulle finestre cieche che si aprono sul giardino silente.
Di nuovo le mani bianche si posano sui rovi, mietendo la loro messe di rose sanguinanti.

Perfino i corvi appollaiati sui cornicioni e i comignoli, sulle alte inferriate e i cancelli arrugginiti, nel fitto del bosco oscuro, da cui occhieggiano come guardiani pazienti, sembrano porsi un ascolto, cessando il loro occasionale gracchiare, immobili come viventi gargoyles.
La musica ascende in lente volute, lieve, quasi timorosa a svelarsi, come un fiore appena schiuso, che non può fare a meno di inebriare la valle col suo profumo, senza volere.
Corella si arrampica sul tetto e ci si appollaia, tra i corvi, appiattito sotto il cielo che sembra schiacciarlo come una lapide di pietra. Lentamente inizia a muoversi sui lastroni di ardesia, richiamato dalla musica, i piedi nudi rapidi e leggeri, procedendo a tratti in piedi, a tratti chino in avanti…